Come una società decide quando cercare e quando dormire
Serie Border Agent a cura di Damianis
Il delitto di Garlasco ha smesso da tempo di essere soltanto un fatto di cronaca nera. È diventato un oggetto simbolico persistente, un campo al confine, una terra di frontiera in cui si riflettono le tensioni più profonde del nostro ecosistema informativo: tra televisione e rete, tra istituzioni e contro-narrazioni, tra bisogno di ordine e spinta alla ricerca.
A colpire non è tanto il contenuto delle tesi contrapposte, quanto la loro funzione. Perché ciò che oggi si confronta attorno a Garlasco non sono solo ricostruzioni dei fatti, ma due posture biologiche e culturali rispetto alla verità.

È il sistema dell’azione, della ricerca, dell’apertura.
Si attiva quando qualcosa non è chiuso, quando esiste una possibilità di cambiamento.
È legato all’esplorazione, al rischio, all’anticipazione.
È il sistema della stabilità, dell’ordine, dell’accettazione.
Riduce l’angoscia, consolida ciò che è acquisito, favorisce l’adesione a regole e gerarchie.
Permette di fermarsi, di chiudere, di dormire.
La narrazione sostenuta dal mainstream televisivo — rappresentata in modo emblematico dalla trasmissione Quarto Grado — svolge una funzione chiaramente serotoninergica.
Qui il messaggio è stabile e ripetuto:
• il colpevole è Alberto Stasi,
• la sentenza rappresenta un punto di arrivo,
• il racconto non serve a riaprire, ma a consolidare.
Dal punto di vista sociale, questa narrazione non va letta solo come adesione a una verità giudiziaria, ma come gestione dell’ansia collettiva.
La televisione generalista ha una responsabilità implicita: produrre continuità, non instabilità.
• riduzione dell’ambiguità,
• chiusura del campo interpretativo,
• rassicurazione del pubblico.
Non è solo propaganda.
È omeostasi.
All’opposto, la rete — e in particolare una parte della produzione su YouTube — incarna una postura dopaminergica. Qui il messaggio di fondo non è:
“Sappiamo come stanno le cose”
ma:
“Non siamo sicuri che le cose stiano davvero così”.
Figura centrale di questa spinta è Francesca Bugamelli, con il suo Canale Bugalalla, ma il fenomeno è più ampio della singola persona.
La rete:
• non ha bisogno di chiudere,
• vive di apertura,
• premia la ricerca, l’onestà intellettuale, il dubbio.
Dal punto di vista dopaminergico, questo è coerente:
• l’algoritmo di youtube si basa sul mutamento delle adesioni,
• l’attenzione cresce con l’instabilità,
• la verità non è un punto fermo, ma un processo.
Il costo è alto ma sostenibile:
• aumento dell’ansia,
• polarizzazione,
• rischio di deriva identitaria.
Ma è il prezzo biologico della ricerca.
La metafora dei salmoni, usata da Bugamelli, va intesa non come descrizione dello stato attuale, ma come anticipazione simbolica: chi oggi mette in discussione la versione dominante non è ancora mainstream, di fatto nuota controcorrente, ma agisce come se il futuro assetto narrativo ponesse gli youtuber al potere nella comunicazione e come se chi sostiene il mainstream fosse il salmone che nuota controcorrente.
Dirette e approfondimenti su Twitch
Questa tensione non riguarda solo i media. È visibile anche nel passaggio tra la vecchia e la nuova Procura di Pavia.
La gestione originaria del caso può essere letta come un classico processo di stabilizzazione
serotoninergica:
• una volta costruito un impianto accusatorio,
• il sistema tende a difenderlo,
• perché riaprire significa riattivare conflitto, incertezza, rischio.
Non è una devianza.
È purtroppo il funzionamento normale di qualunque istituzione che ha già chiuso simbolicamente
un caso.
Con la nuova Procura di Pavia, guidata dal Fabio Napoleone, emerge invece una postura diversa:
• disponibilità a riconsiderare,
• riapertura di spazi di dubbio,
• accettazione del rischio istituzionale.
Questo non equivale a proclamare una nuova verità.
Equivale a riattivare la fase dopaminergica del sistema giudiziario.
È un gesto delicato, perché:
• rompe l’equilibrio precedente,
• espone l’istituzione a critiche,
• ma restituisce movimento a un campo che era entrato in fase di sonno.
Qui emerge una regola generale, che attraversa politica, media e istituzioni:
Chi contesta il potere agisce in modo dopaminergico.
Chi esercita il potere tende a diventare serotoninergico.
È successo alle TV private contro la TV di Stato. È successo ai movimenti politici diventati partiti. Sta succedendo oggi nel rapporto tra televisione e rete. La televisione difende l’ordine acquisito. La rete spinge per riaprirlo. Domani, se la rete conquisterà il centro, dovrà affrontare la stessa trasformazione. È il rischio già descritto da Il Gattopardo:
«Bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima.»
Non è cinismo. È biologia del potere.
• non dorme
• non stabilizza
• si consuma
• smette di cercare
• anestetizza il dubbio
• confonde ordine con verità
Il caso Garlasco mette in scena proprio questo bivio:
• quanto possiamo permetterci di restare aperti?
• quanto abbiamo bisogno di chiudere per continuare a vivere?
Il delitto di Garlasco oggi non divide solo opinioni. Divide funzioni biologiche e culturali. Tra chi chiede: “Possiamo finalmente chiudere?” e chi continua a chiedere: “Siamo sicuri di aver capito?”
Un Border Agent non sceglie una parte. Osserva il ritmo e pone una sola domanda finale:
Stiamo difendendo la verità, o stiamo difendendo il bisogno di smettere di cercarla?
Perché dopamina e serotonina non sono ideologie. Sono il respiro alternato di ogni società che voglia restare viva.