
Il secondo sonno
Questa mattina, mentre uscivo di casa, ho premuto il pulsante dell’ascensore senza accorgermene.
Non è una metafora.
La mia mano ha compiuto il gesto prima che io me ne rendessi conto. Pochi secondi dopo ero già nel parcheggio. Nel tragitto avevo aperto due porte, salutato una persona e controllato il telefono almeno tre volte. Tutto correttamente. Tutto in modo efficiente.
Eppure qualcosa mancava.
Io.
Esiste una forma di sonno più profonda di quella che sperimentiamo nel letto. È il sonno della veglia. Un sonno fatto di automatismi, di risposte apprese, di copioni che si attivano da soli appena compare uno stimolo familiare.
La maggior parte della nostra esistenza si svolge lì.
La vita quotidiana è costruita per favorire questo stato. Le abitudini ci permettono di risparmiare energia. I ruoli sociali ci evitano l’imbarazzo dell’improvvisazione continua. Le aspettative reciproche rendono prevedibili i rapporti umani.
Così impariamo a diventare figli, genitori, professionisti, dirigenti, pazienti, clienti, elettori, amici.
Con il passare degli anni non interpretiamo più questi ruoli.
Diventiamo i ruoli.

Quando qualcuno ci parla, spesso non ascoltiamo veramente ciò che sta dicendo. Rispondiamo alla posizione che occupa nel nostro teatro interiore. Un collega attiva uno script. Un familiare ne attiva un altro. Un conflitto richiama una scena già vista decine di volte.
La conversazione sembra nuova, ma il film è quasi sempre lo stesso.
Kurt Lewin osservava che per un bambino il campo esterno esercita una forza enorme. Un campanello chiede di essere suonato. Una porta invita a essere aperta. Una pozzanghera reclama un salto.
Il mondo è pieno di richiami immediati.
Nell’adulto accade qualcosa di diverso.
Tra l’oggetto e l’azione si interpone un enorme campo interno fatto di abitudini, aspettative, convinzioni, ricordi, paure e immagini di sé.
Non vediamo più la porta.
Vediamo l’ufficio a cui conduce.
Non vediamo più la persona.
Vediamo il ruolo che rappresenta.
Non vediamo più l’evento.
Vediamo il significato che gli abbiamo assegnato anni prima.
Ogni esperienza viene assorbita da una sceneggiatura già scritta.

L’ego è il regista di questo teatro.
Il suo compito principale non consiste nel renderci felici o liberi. Consiste nel proteggere una certa immagine di chi siamo. Per questo modifica continuamente la realtà, adattando gli eventi al personaggio che stiamo interpretando.
In alcuni casi recitiamo il ruolo del competente.
In altri quello della vittima.
In altri ancora quello del salvatore, del ribelle, dell’intellettuale, del seduttore, del razionale, del perseguitato.
Cambiano le maschere.
Resta il meccanismo.

Gurdjieff chiamava questa condizione sonno.
Non un sonno fisiologico, ma una specie di ipnosi quotidiana nella quale crediamo di essere presenti mentre reagiamo meccanicamente a stimoli e copioni.
Per lui il primo passo verso il risveglio consisteva nel “ricordo di sé”.
L’espressione può sembrare semplice, ma descrive una delle operazioni più difficili che un essere umano possa compiere.
In questo momento, mentre guardo un albero, posso ricordarmi contemporaneamente dell’albero e del fatto che io sto guardando l’albero.
Posso ascoltare una persona e nello stesso istante percepire me stesso che ascolta.
Posso camminare e sapere che sto camminando.
L’attenzione si divide.
Una parte resta rivolta al mondo.
L’altra torna verso la presenza che osserva.
Per alcuni secondi compare qualcosa di insolito.
L’esperienza smette di essere completamente assorbita dagli automatismi.
Emerge un centro.

Molte tradizioni spirituali hanno descritto questa esperienza in modi diversi. Alcune la chiamano presenza. Altre consapevolezza. Altre ancora semplice attenzione.
Le parole cambiano.
L’esperienza è sorprendentemente simile.
Ogni stimolo sembra emettere due segnali contemporaneamente.
Il primo raggiunge gli automatismi.
Il secondo raggiunge il soggetto cosciente.
Di solito ascoltiamo soltanto il primo.
Quando qualcuno ci critica, reagiamo.
Quando qualcuno ci loda, reagiamo.
Quando vediamo un oggetto, lo classifichiamo.
Quando incontriamo una persona, la inseriamo immediatamente in una categoria.
La vita procede attraverso associazioni automatiche.
Ma quando l’attenzione ritorna al centro dell’esperienza, accade qualcosa di curioso.
Gli stimoli perdono gran parte del loro potere coercitivo.
Restano presenti.
Continuano a esistere.
Semplicemente smettono di comandare.
È come osservare un paesaggio che per anni era rimasto nascosto dietro una nebbia.
Il mondo non diventa meno reale.
Diventa più aperto.

Ogni cosa acquista una qualità nuova.
Una conversazione può prendere direzioni impreviste.
Un conflitto può non trasformarsi immediatamente nella solita discussione.
Un’emozione può essere vissuta senza essere obbedita.
Un’abitudine può essere osservata senza essere eseguita.
Le possibilità si moltiplicano.
Mi viene in mente l’immagine delle cellule staminali. Prima di specializzarsi possono diventare quasi qualsiasi tessuto. Possiedono una sorta di totipotenza biologica.
La consapevolezza produce qualcosa di simile sul piano esistenziale.
Le situazioni smettono di essere rigidamente specializzate.
Ritrovano una forma di apertura originaria.
Il collega che attivava sempre la stessa irritazione diventa una persona.
La critica diventa informazione.
La paura diventa energia disponibile.
Perfino il fallimento può trasformarsi in una direzione inattesa.
In questo stato non siamo più costretti a proteggere continuamente una maschera.
Possiamo indossarla quando serve e toglierla quando non serve più.
Possiamo recitare ogni ruolo senza confonderci con il personaggio.

Forse è proprio questo il significato più profondo della libertà.
Non l’assenza di vincoli.
Non l’assenza di responsabilità.
La capacità di abitare pienamente il qui e ora senza essere trascinati automaticamente da ciò che accade.
Quando questo accade, anche per pochi secondi, il mondo cambia consistenza.
Una tazza di caffè sul tavolo, il rumore del traffico, il volto di una persona amata, la luce che entra da una finestra non sono più elementi di uno sfondo familiare.
Diventano un prato fiorito di sensazioni che si rinnova continuamente.
Lo stesso mondo.
Lo stesso giorno.
La stessa vita.
Ma osservati da qualcuno che finalmente si è svegliato.

Forse il compito del Border Agent è proprio questo.
Presidiare il confine tra i due stati.
Tra l’uomo che reagisce e l’uomo che osserva.
Tra il sonno della personalità e il risveglio della presenza.
Perché la frontiera più importante non passa tra nazioni, culture o ideologie.
Passa dentro ciascuno di noi.
E viene attraversata decine di volte ogni giorno, quasi sempre senza che ce ne accorgiamo.
• Gurdjieff International Review
• Gurdjieff Foundation International
• The Gurdjieff Society (UK)
• G.I. Gurdjieff, Frammenti di un insegnamento sconosciuto (tramite P.D. Ouspensky)
• G.I. Gurdjieff, I racconti di Belzebù a suo nipote
• Maurice Nicoll, Commentari agli insegnamenti di Gurdjieff e Ouspensky