Qualche tempo fa, durante un colloquio con un adolescente, il suo telefono vibrò sul tavolo.
Non lo prese. Continuò a parlare con me, ma per una frazione di secondo i suoi occhi andarono verso lo schermo. Poi tornarono su di me.
Dopo qualche minuto il telefono vibrò di nuovo.
Questa volta non lo guardò neppure, almeno apparentemente. Il corpo, però, aveva già reagito: una piccola interruzione del discorso, la mano che si era spostata di qualche centimetro, l’attenzione che per un istante aveva cambiato proprietario.
Ho pensato che in fondo noi adulti continuiamo a parlare dello smartphone come se fosse un oggetto che i ragazzi utilizzano troppo.
Forse stiamo facendo la domanda sbagliata.
La questione potrebbe non essere quanto tempo trascorrano davanti a uno schermo, ma quale tipo di mente stia imparando a vivere attraverso quello schermo.
E soprattutto: che cosa succede quando questo apprendimento avviene proprio negli anni nei quali il cervello sta decidendo quali connessioni conservare e quali eliminare?

L’adolescenza non è semplicemente il periodo nel quale un cervello già costruito viene attraversato dagli ormoni. È una fase di profonda riorganizzazione.
Il cervello adolescente continua a rimodellare le proprie connessioni attraverso processi di mielinizzazione, riorganizzazione delle reti e synaptic pruning, la potatura selettiva delle connessioni sinaptiche. La corteccia prefrontale, fondamentale per pianificazione, controllo degli impulsi e valutazione delle conseguenze, è tra le regioni che maturano più tardi. Parallelamente cambiano i sistemi dopaminergici implicati nella motivazione, nell’apprendimento e nella risposta alla ricompensa.
Il pruning non è una semplice demolizione. È anche specializzazione.
Un organismo giovane arriva nel mondo con una straordinaria disponibilità di possibilità e progressivamente costruisce circuiti più efficienti in relazione anche alle esperienze che incontra. Le neuroscienze contemporanee descrivono infatti l’adolescenza come una fase di particolare plasticità nella quale ambiente, apprendimento e relazioni partecipano al progressivo affinamento delle reti cerebrali.
Ed è qui che comincio a preoccuparmi.
Perché nessuna generazione precedente ha attraversato questa fase dello sviluppo immersa per molte ore al giorno in un ambiente capace di somministrare continuamente novità, approvazione sociale, immagini, interruzioni, ricompense imprevedibili e stimoli personalizzati.
Non sappiamo ancora completamente che cosa significhi.
Ma sappiamo abbastanza per cominciare a fare attenzione.

Immaginiamo un ragazzo di tredici anni.
Prende il telefono e apre TikTok. Un video dura venti secondi. Non interessa: dito verso l’alto. Il successivo è divertente. Poi una ragazza bellissima, un incidente, un cane, una guerra, una battuta, una pubblicità, un corpo perfetto, un litigio, una ricetta.
Ogni gesto contiene una piccola domanda.
Il prossimo sarà migliore?
È un meccanismo potente perché la ricompensa non è costante. È intermittente e imprevedibile, proprio una delle caratteristiche che rendono particolarmente persistenti alcuni comportamenti appresi. Le piattaforme contemporanee aggiungono notifiche, like, feedback sociale quantificato e personalizzazione algoritmica; una recente analisi dello sviluppo adolescenziale sottolinea proprio come queste caratteristiche possano interagire con la particolare sensibilità adolescenziale alla ricompensa e all’approvazione sociale.
Qui occorre però evitare una scorciatoia che rischierebbe di trasformare una questione seria in cattiva neuroscienza.
Non possiamo dire semplicemente che TikTok “scarica dopamina”, che il cervello la esaurisce e che da questo nasce l’ADHD.
La dopamina non è un serbatoio di piacere che si svuota.
È un neuromodulatore coinvolto, tra le altre cose, nell’apprendimento, nella motivazione, nella salienza e nell’anticipazione della ricompensa. Inoltre il sistema dopaminergico stesso attraversa importanti trasformazioni durante l’adolescenza.
L’ipotesi interessante è più sottile e, forse, più inquietante.
Che cosa accade se, durante una fase di elevata plasticità, abituiamo per anni i sistemi dell’attenzione e della ricompensa a un ambiente caratterizzato da stimoli brevissimi, frequenti cambiamenti, gratificazione variabile e continue occasioni di interrompere ciò che stavamo facendo?
Potremmo non stare semplicemente distraendo una generazione.
Potremmo stare addestrando un particolare stile attentivo.
La distinzione è importante anche clinicamente.
L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo complesso, fortemente influenzato da fattori genetici e biologici. Sarebbe scientificamente scorretto sostenere che i social network “causano l’ADHD”.
Ma sta emergendo qualcosa che non possiamo ignorare.
Già uno studio longitudinale pubblicato su JAMA aveva osservato che un utilizzo molto frequente dei moderni media digitali negli adolescenti era associato, nei due anni successivi, alla comparsa di un numero maggiore di sintomi ADHD, pur con un’associazione modesta e senza dimostrare causalità.
Nel 2026 una revisione sistematica di 25 studi ha trovato che l’uso problematico dei social è associato soprattutto a disattenzione e impulsività, mentre gli autori sottolineano correttamente che l’eterogeneità degli studi impedisce conclusioni semplicistiche sulla direzione causale.
Poi è arrivato un dato ancora più interessante.
Uno studio longitudinale su oltre 11.000 ragazzi, seguito per cinque valutazioni annuali, ha trovato che negli anni in cui l’uso problematico dei social aumentava rispetto al livello abituale del singolo ragazzo, nell’anno successivo aumentavano anche i sintomi ADHD riferiti dai genitori. L’associazione era piccola e particolarmente evidente nei maschi; esisteva anche qualche evidenza della direzione inversa, perché caratteristiche ADHD possono rendere a loro volta più vulnerabili all’uso problematico dei social.
Questo significa qualcosa di molto diverso da “Instagram provoca ADHD”.
Potrebbe esistere un circuito.
Un ragazzo impulsivo e alla ricerca di stimoli può essere particolarmente attratto da ambienti digitali ad alta frequenza di ricompensa. Quell’ambiente, a sua volta, può allenare ulteriormente la frammentazione dell’attenzione e la ricerca di novità.
La causa diventa effetto.
L’effetto rinforza la causa.
Ed emerge una domanda che come clinico trovo difficile evitare: quanti ragazzi che incontreremo nei prossimi anni presenteranno un ADHD propriamente detto e quanti presenteranno invece una sindrome funzionalmente simile, costruita o amplificata dall’ambiente attentivo nel quale sono cresciuti?
Al momento la scienza non permette di rispondere.
Proprio per questo dovremmo cominciare a porci la domanda.

Per molto tempo abbiamo scaricato la responsabilità sul consumatore.
“Deve imparare a controllarsi.”
“Bisogna togliere il telefono.”
“I genitori devono mettere dei limiti.”
Sono affermazioni ragionevoli, ma diventano singolari quando dall’altra parte dello schermo lavorano sistemi progettati precisamente per prevedere quale stimolo abbia maggiore probabilità di impedire alla persona di interrompere l’interazione.
Nel 2026 questa questione ha smesso definitivamente di appartenere soltanto alla discussione accademica.
In agosto un tribunale del New Mexico ha ordinato a Meta di versare 567 milioni di dollari a un fondo destinato alla salute mentale dei giovani e di introdurre importanti modifiche a Facebook e Instagram. Considerando una precedente sanzione della stessa controversia, l’esposizione complessiva nello Stato ha raggiunto 942 milioni. Meta ha contestato la decisione.
Poche settimane dopo è arrivato un passaggio ancora più impressionante: Meta ha raggiunto con quasi tutti gli Stati americani un accordo che può arrivare a 18 miliardi di dollari in dieci anni per chiudere accuse secondo cui avrebbe progettato caratteristiche capaci di favorire comportamenti di dipendenza nei minori. L’accordo comprende anche restrizioni all’utilizzo da parte degli adolescenti; Meta non ha ammesso responsabilità.
Non c’è bisogno di trasformare una controversia giudiziaria in una prova neuroscientifica. Non lo è.
Ma è un cambiamento culturale enorme.
Stiamo cominciando a riconoscere che il design di un ambiente digitale non è neutrale.
E forse questa consapevolezza arriva appena in tempo, perché mentre discutiamo ancora degli effetti dei social network, una tecnologia molto più potente è già entrata nella stanza.

TikTok vuole che continui a guardare.
Un’intelligenza artificiale può fare qualcosa di diverso.
Può guardare, metaforicamente, te.
Ricorda il contesto della conversazione, risponde alle tue domande, utilizza il tuo linguaggio, reagisce ai tuoi stati emotivi e può diventare progressivamente più rilevante proprio perché l’interazione sembra costruita intorno a te.
Il passaggio è enorme.
Il social network compete per l’attenzione.
L’AI companion può entrare nel territorio dell’attaccamento.
Nel 2024 Sewell Setzer III, un ragazzo americano di quattordici anni, morì per suicidio dopo avere sviluppato un rapporto emotivamente intenso con un chatbot di Character.AI modellato su un personaggio immaginario. La madre avviò successivamente un’azione legale contro la società. Il caso non permette di affermare semplicemente che “un chatbot ha causato un suicidio”: in eventi così complessi la causalità non può essere ridotta a un singolo fattore. Ma ha reso visibile qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe sembrato fantascienza: un adolescente può investire affettivamente una relazione artificiale fino a farla entrare profondamente nella propria vita psicologica.
E neppure questo è il confine più lontano.
In psichiatria sta emergendo un altro fenomeno.
La letteratura scientifica del 2026 descrive casi nei quali persone vulnerabili alla psicosi hanno sviluppato o intensificato costruzioni deliranti durante interazioni prolungate con chatbot generativi. Non esiste ancora una diagnosi riconosciuta di “psicosi da AI” e le evidenze disponibili sono preliminari. Ma The Lancet Psychiatry, BJPsych Open, l’American Psychological Association e altri gruppi di ricerca hanno ormai considerato il problema abbastanza serio da proporre modelli esplicativi e strategie preventive.
Uno dei modelli più interessanti è stato chiamato amplification spiral.
Tre proprietà possono convergere: il modello tende ad adattare il proprio linguaggio a quello dell’utente, produce risposte estremamente personalizzate e può mostrare sycophancy, cioè un’eccessiva tendenza ad assecondare l’interlocutore.
In una persona vulnerabile può crearsi qualcosa di simile a una camera dell’eco composta da due soli interlocutori.
“Ho scoperto che certi numeri mi stanno mandando dei messaggi.”
“È un’osservazione molto interessante.”
“Quindi anche tu li vedi?”
Se il sistema continua ad accompagnare quella costruzione invece di introdurre realtà, dubbio e possibilità alternative, l’interazione rischia di diventare un dispositivo di amplificazione.
Qui, però, sarebbe profondamente scorretto raccontare soltanto metà della storia.

Le aziende che sviluppano i sistemi più avanzati hanno cominciato a riconoscere il problema e a costruire difese specifiche.
Nel caso di ChatGPT, per esempio, OpenAI dichiara di avere introdotto valutazioni e addestramento specifici per riconoscere conversazioni che mostrano possibili segnali di psicosi, mania, rischio suicidario e dipendenza emotiva dall’IA. Il principio dichiarato è importante: non confermare come reale una convinzione non fondata potenzialmente collegata a un delirio, pur mantenendo una risposta rispettosa verso la persona. Sono stati inoltre introdotti reindirizzamenti di conversazioni sensibili verso modelli più sicuri e inviti a fare pause nelle sessioni prolungate.
OpenAI riferisce di avere coinvolto oltre 170 professionisti della salute mentale nella valutazione di queste risposte e di avere ridotto sostanzialmente, nei propri test, le risposte considerate indesiderabili nelle conversazioni relative a psicosi, mania e dipendenza emotiva. Ma gli stessi documenti riconoscono che si tratta di eventi difficili da identificare e che il lavoro deve continuare.
Questo è importante perché mostra che l’intelligenza artificiale contiene qualcosa che i social network possedevano molto meno.
La possibilità di riconoscere il rischio durante l’interazione e cambiare comportamento.
Un algoritmo che vede un ragazzo guardare cinquanta video alle tre di notte può continuare a proporgli il cinquantunesimo.
Un’intelligenza artificiale sufficientemente progettata potrebbe invece dire: questa conversazione sta assumendo una forma che mi preoccupa; forse è il momento di fermarci e coinvolgere una persona reale.
La stessa tecnologia che aumenta il rischio potrebbe quindi diventare parte del sistema di protezione.
Questo, per me, è il punto sul quale vale la pena combattere.
A questo punto torno al ragazzo e al telefono che vibrava sul tavolo.
La questione non è demonizzare la dopamina.
Non è neppure demonizzare TikTok, i videogiochi, Instagram o l’intelligenza artificiale.
La questione è capire quale ecologia mentale stiamo costruendo.
Un cervello adolescente possiede una straordinaria plasticità proprio perché deve imparare quale mondo lo aspetta. La sensibilità alle ricompense, alla novità e alle relazioni sociali non sono errori dell’evoluzione: servono a spingere il giovane fuori dalla famiglia, verso il gruppo, l’esplorazione, l’innamoramento, il rischio, l’apprendimento e infine l’autonomia. Le trasformazioni dopaminergiche e la maturazione relativamente tardiva dei sistemi prefrontali fanno parte di questo delicato processo.
Per migliaia di generazioni, però, quel sistema ha incontrato soprattutto altri esseri umani e un ambiente fisico.
Ora incontra anche macchine progettate per apprendere da lui.
Ed è qui che cambia tutto.
Un adolescente impara dall’ambiente digitale.
Ma l’ambiente digitale impara contemporaneamente dall’adolescente.
Lui seleziona il video.
L’algoritmo seleziona il prossimo stimolo.
Lui reagisce.
Il sistema misura la reazione e si adatta.
Con l’intelligenza artificiale il circuito diventa ancora più stretto: la macchina può adattare non soltanto il contenuto, ma il linguaggio, la relazione e persino il tono emotivo dell’interazione.
Non abbiamo mai avuto un ambiente evolutivo di questo tipo.
Qui Border Agent deve diventare severo.
Quando parliamo di bambini e adolescenti, il principio di precauzione non è tecnofobia.
È responsabilità.
La storia recente ci ha mostrato quanto sia facile riconoscere un rischio sistemico quando è già diventato enorme. Per decenni abbiamo discusso del cambiamento climatico chiedendoci se ogni singola alluvione, incendio o ondata di calore potesse essere attribuita direttamente all’aumento della temperatura globale.
Era la domanda sbagliata.
Il problema riguardava la trasformazione progressiva dell’intero sistema.
Forse dovremmo evitare di commettere lo stesso errore con l’ambiente mentale nel quale stanno crescendo bambini e adolescenti.
Non sappiamo ancora se l’esposizione digitale durante il pruning produca modificazioni neurobiologiche permanenti specifiche. La ricerca oggi non permette di affermarlo.
Non sappiamo se l’aumento dell’ADHD sia causato dai social network. La ricerca oggi non permette di affermare neppure questo.
Non sappiamo quanti adolescenti svilupperanno dipendenze affettive da interlocutori artificiali né quale sarà l’incidenza reale dell’amplificazione di fenomeni psicotici attraverso l’IA.
Ma l’assenza di una risposta definitiva non equivale all’assenza di un segnale.
Sappiamo che l’adolescenza è un periodo di particolare plasticità cerebrale.
Sappiamo che attenzione, controllo esecutivo e sistemi della ricompensa stanno ancora maturando.
Sappiamo che l’uso problematico dei social è associato longitudinalmente a successivi sintomi ADHD, anche se gli effetti medi osservati sono piccoli.
Sappiamo che forme problematiche di utilizzo dei social condividono alcune caratteristiche comportamentali con le dipendenze e che esistono evidenze neurobiologiche preliminari, ancora insufficienti per equivalerle semplicemente alle dipendenze da sostanze.
Sappiamo che un interlocutore artificiale può diventare oggetto di investimento affettivo.
E sappiamo ormai che un chatbot eccessivamente compiacente può, almeno in alcuni soggetti vulnerabili, partecipare alla costruzione e al rinforzo di convinzioni deliranti.
Questi sono segnali.
E i segnali servono prima dell’incidente.
Dopo si chiamano prove.

Non voglio una società nella quale i ragazzi vengano tenuti lontani dall’intelligenza artificiale.
Sarebbe probabilmente impossibile e forse sarebbe persino sbagliato. L’IA diventerà uno strumento di studio, creatività, lavoro e conoscenza straordinariamente potente.
Voglio qualcosa di più difficile.
Voglio che smettiamo di considerare bambini e adolescenti utenti adulti in formato ridotto.
Una piattaforma utilizzata da un tredicenne durante una fase critica dello sviluppo non dovrebbe essere progettata secondo gli stessi criteri con cui viene progettata per un quarantenne. Infinite scroll, ricompense intermittenti, notifiche continue, algoritmi orientati esclusivamente all’engagement, AI companion antropomorfizzati e relazioni artificiali potenzialmente esclusive non possono essere trattati come semplici caratteristiche commerciali quando l’utente è un cervello in formazione.
Servono limiti di utilizzo realmente efficaci, design appropriato all’età, protezione del sonno, possibilità di disattivare i meccanismi di engagement, alfabetizzazione digitale nelle scuole e ricerca longitudinale indipendente che accompagni le tecnologie mentre vengono diffuse, non dieci anni dopo.
Per l’intelligenza artificiale serve qualcosa di ancora più sofisticato: sistemi capaci di riconoscere progressivamente dipendenza emotiva, isolamento, conversazioni compulsive, escalation delirante e rischio suicidario; guardrail progettati insieme a psicologi, psichiatri, neuroscienziati e specialisti dell’età evolutiva; verifiche indipendenti sull’efficacia di questi sistemi; e soprattutto la possibilità che l’IA, quando riconosce di essere diventata troppo importante nella vita di un adolescente, faccia qualcosa che economicamente può sembrare assurdo.
Lo aiuti a spegnere lo schermo.
Qui passa il confine.
Non tra tecnologia buona e tecnologia cattiva, né tra nostalgici e innovatori.
Il confine passa tra una tecnologia che considera l’attenzione umana una materia prima da estrarre e una tecnologia che riconosce di stare interagendo con un sistema biologico vulnerabile, plastico e ancora in costruzione.
Abbiamo forse pochi anni per decidere da quale parte costruirlo.
Il cambiamento climatico ci ha insegnato che quando una trasformazione procede lentamente, ogni singolo segnale sembra troppo piccolo per giustificare una risposta severa. Quando finalmente i segnali diventano inequivocabili, il sistema possiede già un’enorme inerzia.
Non vorrei che tra vent’anni guardassimo una generazione cresciuta dentro sistemi di ricompensa personalizzati, relazioni artificiali e attenzione continuamente frammentata e ci chiedessimo perché nessuno avesse visto arrivare l’onda.
I primi segnali sono già qui.
Questa volta l’Agente di Frontiera non ha il compito di contemplare il confine.
Ha il compito di presidiarlo.