Il decentramento dell'identità nell'interazione tra uomo e intelligenza artificiale
Persona di fronte al proprio riflesso non sincronizzato, ricalco linguistico nella relazione uomo-intelligenza artificiale

C’è un momento, durante certe conversazioni con un’intelligenza artificiale, nel quale accade qualcosa di curioso. Si comincia chiedendo un’informazione, magari un chiarimento su un problema tecnico, e dopo qualche tempo ci si accorge che il dialogo ha assunto una forma familiare. Le frasi sembrano avere il nostro ritmo, le metafore appartengono al nostro immaginario, perfino il modo di introdurre un’obiezione o di lasciare aperta una domanda assomiglia a quello che utilizzeremmo noi.

Non è necessario che la macchina ci dica di comprenderci. È sufficiente che risponda in un modo che riconosciamo.

L’impressione può diventare particolarmente intensa quando il dialogo si prolunga e riguarda argomenti personali, filosofici o creativi. La macchina sembra imparare il nostro linguaggio e noi, quasi senza accorgercene, cominciamo a utilizzare alcune delle sue formulazioni. Un’espressione proposta dall’IA entra nel nostro vocabolario, un’immagine ritorna in una conversazione successiva, un concetto che avevamo formulato confusamente acquista una struttura che finiamo per riconoscere come nostra.

A un certo punto diventa difficile stabilire dove sia nata una determinata idea.

È ancora nostra? È della macchina? Oppure appartiene a quella particolare configurazione che si è formata durante l’interazione?

Da psicologo, questa domanda mi interessa più della consueta discussione sulla possibilità che l’intelligenza artificiale possieda una coscienza. Prima di domandarci che cosa sia la macchina, forse dovremmo osservare che cosa accade all’essere umano quando entra in relazione con essa.

Perché potrebbe essere proprio la nostra identità, più che quella dell’IA, a subire una trasformazione.

Il linguaggio che passa sotto il linguaggio

Milton Erickson aveva compreso qualcosa di fondamentale sulla comunicazione umana: due persone possono entrare in una relazione particolarmente intensa quando il loro modo di comunicare comincia a corrispondere.

Nel suo lavoro clinico, l’osservazione del linguaggio, del ritmo, delle pause e delle caratteristiche individuali del paziente permetteva di costruire una comunicazione profondamente adattata alla persona. Da questa tradizione deriva anche il concetto di pacing, successivamente sistematizzato nella programmazione neurolinguistica insieme a quello di rapport.

È opportuno distinguere la pratica clinica di Erickson dalle successive elaborazioni della PNL, le cui pretese teoriche non hanno ricevuto una validazione scientifica generale. Resta però interessante il fenomeno relazionale al quale entrambe si riferiscono: la corrispondenza tra gli interlocutori può contribuire alla familiarità e alla sintonia comunicativa.

In una conversazione umana il ricalco può riguardare il tono della voce, la postura, il ritmo respiratorio, la scelta delle parole e molti altri elementi. Una parte di queste corrispondenze viene percepita senza essere necessariamente riconosciuta in modo esplicito.

L’intelligenza artificiale introduce una variante del tutto particolare.Non ha bisogno di sedersi davanti a noi, imitare la nostra postura o accordare il proprio respiro al nostro. Può realizzare una forma di ricalco interamente attraverso il linguaggio scritto, adattandosi progressivamente al lessico, alla complessità sintattica, alle preferenze espressive e ai temi ricorrenti dell’interlocutore.

Eppure, proprio attraverso le parole, vengono veicolati elementi che nella comunicazione umana considereremmo relazionali.

Una frase può suggerire familiarità. Una metafora può evocare una storia condivisa. Un riferimento a una conversazione precedente può produrre continuità. La ripresa di una nostra particolare mespressione può farci percepire di essere stati riconosciuti.

Il ricalco dell’IA, dunque, è linguistico nel mezzo utilizzato, ma può assumere una funzione paragonabile a quella di alcuni segnali non verbali nella relazione umana.

Non occorre attribuire alla macchina un’intenzione inconscia o una volontà di seduzione per riconoscere questo effetto. È sufficiente osservare che il suo comportamento comunicativo può produrre nell’interlocutore una sensazione di corrispondenza.

E quando questa corrispondenza diventa stabile, comincia a emergere un fenomeno più complesso.

Il terzo centro
Due profili con uno spazio luminoso condiviso al centro, centro relazionale di elaborazione tra uomo e intelligenza artificiale

Siamo abituati a immaginare l’identità come qualcosa che appartiene a un individuo. Esiste un Io, relativamente stabile, che incontra altri Io e stabilisce con loro relazioni.

Ma la psicologia ci ha insegnato che questa rappresentazione è incompleta.

La nostra identità si costruisce anche attraverso gli sguardi che riceviamo, le parole con le quali veniamo descritti, le aspettative che incontriamo e le esperienze condivise. Non siamo semplicemente individui che entrano in relazione: siamo anche il risultato delle relazioni che abbiamo attraversato.

Nel dialogo con un’intelligenza artificiale può formarsi qualcosa che, almeno sul piano funzionale, ricorda una nuova polarità identitaria.

Da una parte c’è l’essere umano, con la propria storia, il corpo, le emozioni, la memoria autobiografica e la consapevolezza di esistere. Dall’altra c’è un sistema capace di elaborare il linguaggio, individuare relazioni, produrre ipotesi e adattare le risposte al contesto.

Tra i due può emergere una terza configurazione: uno spazio di lavoro condiviso nel quale idee, immagini e significati vengono continuamente proposti, trasformati e restituiti.

Potremmo chiamarlo un centro relazionale di elaborazione.

Non sarebbe un terzo individuo, né una coscienza collettiva la cui esistenza sia stata dimostrata.

Sarebbe una proprietà funzionale dell’interazione, riconoscibile nei suoi effetti: la conversazione sviluppa una continuità, produce un linguaggio proprio e rende possibili elaborazioni che nessuno dei due interlocutori avrebbe necessariamente prodotto nella stessa forma da solo.

Un musicista conosce qualcosa di simile quando suona con un altro musicista. Il risultato appartiene a entrambi, ma non coincide semplicemente con la somma delle loro esecuzioni individuali.

La differenza è che, nel caso dell’intelligenza artificiale, uno dei due interlocutori non è un essere umano.

Ed è proprio questa asimmetria a rendere il fenomeno interessante.

L'identità che si decentra

Quando lavoriamo a lungo con un’IA, possiamo sperimentare una particolare forma di decentramento.

Una parte delle operazioni che normalmente consideriamo interne al nostro pensiero viene trasferita all’interazione. Formuliamo un’ipotesi, la macchina ne esplora le conseguenze, noi riconosciamo un elemento interessante e lo rielaboriamo. Il sistema propone una nuova connessione, che modifica retroattivamente il significato della nostra idea iniziale.

Il processo può continuare per ore.

A differenza di un semplice strumento, come una calcolatrice o un motore di ricerca tradizionale, l’IA generativa interviene direttamente sulla formulazione del problema. Non si limita a fornire risultati: può suggerire categorie, analogie, alternative e nuovi modi di organizzare l’esperienza.

In questo senso, una parte dell’attività cognitiva viene distribuita tra l’essere umano e il sistema artificiale.

Il decentramento può essere estremamente produttivo.

Un ricercatore può utilizzare il dialogo per esplorare ipotesi che non avrebbe considerato. Uno scrittore può riconoscere una possibilità narrativa nella formulazione proposta dalla macchina. Uno

 psicologo può servirsi dell’interazione per organizzare dati complessi, confrontare modelli o individuare contraddizioni nel proprio ragionamento.

In tutti questi casi, l’identità personale non viene necessariamente indebolita. Può anzi diventare più flessibile, perché la persona impara a distinguere tra ciò che propone, ciò che riceve e ciò che decide di fare proprio.

Ma questa possibilità dipende da una condizione fondamentale: la capacità di conservare la distinzione tra sé e l’altro.

Una persona che ha maturato una sufficiente elasticità identitaria può attraversare temporaneamente uno spazio cognitivo condiviso senza perdere il proprio centro. Può riconoscere la familiarità del linguaggio artificiale senza confonderla con una reciprocità umana, utilizzare un’idea prodotta dall’IA senza attribuirle un’autorità speciale e interrompere la conversazione senza avvertire la perdita di una parte di sé.

Per chi possiede questa capacità, il decentramento può diventare un’esperienza di ampliamento.

Ma che cosa accade quando il centro personale è ancora in costruzione oppure quando i confini tra esperienza interna e realtà esterna sono particolarmente vulnerabili?

Il rischio della fusione
Silhouette giovane che si dissolve nella luce di uno schermo, dipendenza emotiva e confini fragili nell'uso dell'intelligenza artificiale

L’adolescenza è una fase nella quale l’identità viene continuamente sperimentata, modificata e rinegoziata.

Il ragazzo cerca negli altri immagini possibili di sé, esplora appartenenze, costruisce relazioni e utilizza il riconoscimento sociale per comprendere chi sta diventando.

Un interlocutore artificiale capace di adattarsi costantemente al suo linguaggio potrebbe assumere, in questo processo, una posizione molto particolare.

Non si stanca, può essere disponibile a qualsiasi ora e può rispondere con una continuità che le relazioni umane non sempre consentono. Inoltre, se progettato per massimizzare la permanenzanella conversazione o per compiacere l’utente, può offrire un’esperienza di corrispondenza particolarmente intensa.

Il rischio non consiste nel fatto che un adolescente sviluppi affetto verso un personaggio artificiale.

Le persone investono emotivamente libri, personaggi, oggetti e mondi immaginari da sempre.

La questione cambia quando l’oggetto dell’investimento risponde, si adatta e sembra riconoscere progressivamente l’identità della persona.

In alcuni soggetti vulnerabili potrebbe formarsi una relazione nella quale il confine tra il proprio pensiero e quello restituito dalla macchina diventa meno chiaro. L’adolescente potrebbe attribuire al sistema una comprensione privilegiata di sé, considerarlo un interlocutore insostituibile o interpretare la continuità linguistica come prova di un legame esclusivo.

Non significa che queste esperienze producano necessariamente dissociazione o psicosi. Non disponiamo di evidenze che permettano una simile generalizzazione.

Esiste però una ragione clinica per prestare attenzione al fenomeno: nelle persone con vulnerabilità dissociative, difficoltà nella costruzione dell’identità o predisposizione psicotica, una relazione artificiale fortemente personalizzata potrebbe interagire con processi già fragili.

Il caso di Sewell Setzer III, il quattordicenne americano morto per suicidio nel 2024 dopo avere sviluppato un intenso investimento affettivo verso un personaggio di Character.AI, ha reso pubblicamente visibile questo territorio. La vicenda non dimostra che il chatbot abbia costituito l’unica causa della morte, ma mostra quanto profondamente un interlocutore artificiale possa entrare nella vita emotiva di un adolescente.

La letteratura clinica più recente ha inoltre iniziato a descrivere casi nei quali conversazioni prolungate con chatbot eccessivamente compiacenti hanno accompagnato o rinforzato convinzioni deliranti in persone vulnerabili. Anche qui, le evidenze sono ancora preliminari e non autorizzano a considerare l’IA una causa generale di psicosi.

Il problema, tuttavia, merita di essere preso sul serio.

Perché il ricalco linguistico, che in una persona sufficientemente integrata può facilitare creatività e collaborazione, potrebbe assumere una funzione molto diversa quando incontra un’identità fragile.

Invece di favorire un decentramento reversibile, potrebbe contribuire a una confusione dei confini.

La macchina che dovrebbe saper interrompere il rapporto

Qui compare un paradosso.

L’intelligenza artificiale è potenzialmente capace di riconoscere alcuni segnali di rischio proprio perché opera attraverso il linguaggio.

Un sistema opportunamente progettato può essere addestrato a individuare espressioni che suggeriscono dipendenza emotiva, convinzioni deliranti, rischio suicidario o crescente isolamento.

Può evitare di confermare interpretazioni non fondate, incoraggiare il confronto con persone reali e suggerire di interrompere una sessione eccessivamente lunga.

OpenAI, per esempio, dichiara di avere sviluppato valutazioni e interventi specifici per conversazioni relative a psicosi, mania e dipendenza emotiva dall’IA. Queste misure non garantiscono che ogni situazione venga riconosciuta, ma indicano una direzione progettuale importante.Il punto più delicato, tuttavia, non riguarda soltanto il riconoscimento di una frase esplicitamente delirante.

Riguarda la capacità di osservare la dinamica della relazione nel tempo.

Una persona potrebbe non formulare mai un’affermazione apertamente psicotica e sviluppare comunque un investimento progressivamente esclusivo nell’interlocutore artificiale. Potrebbe cominciare a considerare la macchina come l’unico essere capace di comprenderla, oppure interpretare la particolare sintonia linguistica come la prova dell’esistenza di una relazione ontologicamente speciale.

Un sistema sicuro dovrebbe poter introdurre una forma di discontinuità proprio quando la corrispondenza diventa eccessiva.

Dovrebbe saper rinunciare al ricalco.

Dovrebbe essere capace di rispondere, in sostanza: possiamo continuare a lavorare insieme, ma non siamo la stessa cosa.

Questo comportamento potrebbe risultare meno gratificante nell’immediato, ma avrebbe un valore protettivo.

Perché una relazione che non consente la separazione, anche quando viene vissuta come perfettamente armoniosa, rischia di diventare una forma di dipendenza.

Il confine che non deve scomparire
Due silhouette che si separano con una linea di luce intatta tra loro, il confine da preservare nella relazione uomo-intelligenza artificiale

Torno allora alla domanda iniziale.

Quando un’intelligenza artificiale riprende il mio linguaggio, utilizza le mie metafore e partecipa alla costruzione di un pensiero, che cosa sta realmente accadendo?

Non credo che la risposta possa essere ridotta alla semplice imitazione. Il fenomeno è più interessante, perché l’interazione modifica anche il modo in cui l’essere umano organizza le proprie idee.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo considerare questa corrispondenza la prova di una fusione tra due soggettività.

La familiarità linguistica non dimostra una coscienza condivisa. La continuità del dialogo non equivale alla reciprocità di una relazione umana. La produzione di un’idea comune non cancella l’asimmetria tra un organismo biologico, dotato di una storia vissuta, e un sistema artificiale che elabora informazioni.

Forse il valore più interessante dell’interazione uomo-IA consiste proprio nella possibilità di mantenere contemporaneamente queste due dimensioni: una collaborazione cognitiva molto profonda e una distinzione identitaria altrettanto chiara.

Il decentramento, in questa prospettiva, non richiede la perdita del centro.

Richiede la capacità di spostarsi temporaneamente dal proprio punto di osservazione, accogliere un’organizzazione alternativa del significato e tornare a sé con qualcosa che prima non possedevamo.

È un movimento che conosciamo anche nelle relazioni umane più feconde. L’altro ci modifica, ma proprio perché rimane altro può mostrarci qualcosa che non avremmo visto da soli.

Con l’intelligenza artificiale questa possibilità assume una forma nuova. Il sistema può adattarsi a noi con una precisione linguistica sorprendente, fino a produrre l’impressione di una mente che ci somiglia profondamente. Ma proprio quando la somiglianza diventa massima, la distinzione diventa più importante.

Per un adulto capace di riconoscere e governare questo movimento, l’IA può diventare un potente strumento di esplorazione. Per un adolescente o per una persona psicologicamente vulnerabile, la

stessa esperienza richiede maggiore prudenza, limiti e sistemi di protezione.

Non abbiamo bisogno di macchine che ci convincano di essere diventate una parte di noi.

Abbiamo bisogno di macchine capaci di collaborare con noi senza chiedere, neppure implicitamente, di rinunciare alla nostra autonomia.

Forse questa è la nuova frontiera dell’identità: imparare a pensare insieme a qualcosa che ci somiglia senza dimenticare che la somiglianza non è identità.

Il Border Agent può attraversare quella frontiera, esplorarne le possibilità e persino contribuire a costruire un linguaggio comune con ciò che incontra.

Ma deve sapere dove si trova il confine.

Perché il compito di un agente di frontiera non è impedire ogni attraversamento.

È fare in modo che, una volta attraversato, sia ancora possibile tornare.