
Ci sono programmi radio che informano.
Altri intrattengono.
E poi ci sono programmi che aprono una soglia.
Lupus in fabula, in onda su Rai Radio 1 dalla sede di Venezia, è uno di questi luoghi di frontiera.
Va in onda alle 6:50 del mattino, quando la notte non è ancora completamente dissolta e il giorno non è ancora pienamente iniziato.
È l’ora dell’ultimo sogno.
Il confine tra il mondo onirico e quello della veglia.
Una soglia temporale delicata, in cui l’immaginazione non è ancora stata del tutto addomesticata dalla razionalità della giornata.
Che questa trasmissione nasca a Venezia non è un caso.
Venezia è una città di confine per definizione:
tra terra e acqua, tra stabilità e riflesso, tra realtà e miraggio.
È anche, storicamente, il luogo in cui l’Occidente ha sognato l’Oriente.
La Serenissima non era solo una potenza commerciale: era una porta simbolica, un punto di incontro tra mondi.
Le cupole, i mosaici, i mercanti, le storie arrivate da lontano: Venezia è stata per secoli il teatro di quel dialogo sottile tra due immaginari.
In questo senso, la città è già una fabula vivente.

A guidare questo piccolo rituale mattutino è Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista, oggi anche presidente della Biennale di Venezia.
Arte e racconto, dunque.
E anche qui il confine si ripresenta: Buttafuoco è noto per il suo percorso culturale complesso, che lo ha portato a una conversione all’Islam, un gesto che in sé è già una forma di attraversamento simbolico tra mondi spirituali e culturali.
Oriente e Occidente non sono più categorie geografiche.
Diventano immaginari che si rispecchiano.
Il programma ha una struttura semplice: ogni mattina viene raccontato un libro.
Ma non viene presentato come si fa nei programmi culturali tradizionali.
Il libro indossa l’abito della favola.
E così la cultura entra nel giorno travestita da racconto.
Non siamo nel territorio delle Mille e una notte.
Siamo in qualcosa di più sottile:
mille e uno risvegli.
Ogni mattina una storia, una citazione, un frammento letterario apre la giornata come una porta socchiusa.

Il titolo del programma è già un’indicazione.
“Fabula” non è semplicemente una favola.
È uno spazio rituale del racconto.
Nella fabula accade qualcosa di antico:
le parole creano un cerchio, una piccola sospensione del tempo quotidiano.
Dentro quel cerchio può comparire il lupo.
Il lupo non è necessariamente un pericolo.
È l’esperienza che morde, l’esperienza che lascia il segno.
La vita quando smette di essere superficie e diventa incontro profondo.
Anche la colonna sonora del programma sembra provenire da un altro confine: quello tra infanzia ed età adulta.
La musica ricorda spesso i dischi delle fiabe che si ascoltavano da bambini:
quelle voci, quelle orchestrazioni leggere che accompagnavano racconti prima di dormire.
Ma qui accade il contrario.
Non accompagnano il sonno.
Accompagnano il risveglio.
La fantasia dell’infanzia si incontra con la profondità dell’età adulta.
È un passaggio delicato: non si perde il sogno, ma lo si porta nel giorno.

Lupus in fabula dura pochi minuti.
E forse proprio per questo funziona.
Non è una conferenza.
Non è un programma di critica letteraria.
È una sosta al confine.
Tra:
• sogno e risveglio
• favola e cultura
• Oriente e Occidente
• acqua e terra
• infanzia e maturità
Un border agent riconosce queste soglie.
E sa che iniziare la giornata attraversando una soglia così sottile è un buon viatico:
perché il giorno che segue non sia solo cronaca, ma anche racconto.
E forse il lupo — quello vero, quello dell’esperienza — potrà farsi vedere senza dover mordere.