Ragazzo in una libreria anni Settanta circondato da libri su UFO e misteri.

Ci sono epoche che producono conoscenza ed epoche che producono meraviglia.

La fine degli anni Settanta apparteneva decisamente alla seconda categoria.

Chi era ragazzo allora ricorda bene quella sensazione. Bastava entrare in una libreria e si trovavano volumi sull’Esperimento Filadelfia, sul Triangolo delle Bermuda, sul Project Blue Book, sugli scritti di Morris K. Jessup, sugli antichi astronauti. Ogni settimana sembrava comparire un indizio capace di aprire una crepa nella realtà ordinaria.

Naturalmente la maggior parte di quelle storie si è poi rivelata infondata, deformata o semplicemente mitologica.

Ma sarebbe un errore liquidarle come ingenuità collettive.

Quelle narrazioni erano il linguaggio con cui un’intera generazione cercava il sentimento della meraviglia.

Gli anni Settanta e il linguaggio della meraviglia

Steven Spielberg comprese perfettamente quello spirito del tempo.

Incontri ravvicinati del terzo tipo non è un film sugli UFO.

È un film sull’attesa.

La scena più memorabile non è l’astronave.

È il vecchio messicano che racconta: «Il sole è arrivato di notte e mi cantava.»

Quella frase contiene più mistero di cento effetti speciali.

Non spiega nulla.

Non dimostra nulla.

Lascia semplicemente intravedere che qualcuno ha visto qualcosa capace di cambiare per sempre il proprio modo di guardare il mondo.

Un anziano in un villaggio messicano illuminato da una luce misteriosa nella notte.

In quegli stessi anni anche l’Italia sfiorò quel territorio ambiguo.

Nel 1978 lo psichiatra Franco Basaglia e il filosofo Giorgio Cagnetta organizzarono a Jesolo un esperimento sociale destinato a simulare una psicosi collettiva da UFO. Lo scopo non era dimostrare l’esistenza degli extraterrestri, ma osservare quanto facilmente una comunità potesse costruire una realtà condivisa quando il bisogno di credere trovava una narrazione sufficientemente potente.

L’esperimento durò poco.

La domanda rimase.

Di che cosa abbiamo davvero bisogno quando cerchiamo gli UFO?

Forse non di una prova.

Forse di uno spazio in cui il mondo torni a sorprenderci.

Dall’alieno misterioso all’alieno domestico

Anche Super 8, prodotto molti anni dopo da Spielberg, non parla davvero di alieni.

Parla della nostalgia di quell’epoca.

La nostalgia di un tempo in cui bastava una luce nel cielo perché il quotidiano si incrinasse.

Poi qualcosa cambia.

Con E.T. il mistero lascia lentamente spazio al sentimento. L’alieno diventa un bambino da proteggere, un amico, quasi un animale domestico cosmico. È un film bellissimo, ma la meraviglia cambia natura. Non nasce più dall’ignoto. Nasce dall’empatia.

La porta socchiusa sull’inconoscibile comincia lentamente a chiudersi.

Bambino in cameretta che tocca la mano di una piccola creatura aliena amichevole.
Disclosure Day e l’epoca degli schermi

Molti anni dopo Spielberg tenta ancora una volta di recuperare quel territorio con Disclosure Day.

L’idea di partenza è affascinante.

Forse il meraviglioso non è scomparso.

Forse è stato nascosto.

Non da sacerdoti o società segrete, ma da apparati militari, sistemi di intelligence, reti informatiche.

È un’intuizione perfettamente contemporanea.

Eppure il film non riesce a produrre lo stesso incanto.

L’eroe non è più Indiana Jones che attraversa deserti e biblioteche dimenticate.

È un esperto di cybersicurezza che tradisce la propria azienda.

Il mistero non emerge da un deserto messicano o da una montagna del Wyoming.

Compare su migliaia di monitor.

Cabine di regia.

Server.

Streaming.

Schermi.

Schermi.

Ancora schermi.

Analista di cybersicurezza in una sala di controllo piena di monitor luminosi.

La rivelazione si moltiplica, ma perde profondità.

È lo stesso fenomeno che osserviamo ogni giorno nei social network.

Più aumenta la risonanza esterna, più diminuisce quella interiore.

Ogni notizia pretende di essere definitiva.

Ogni immagine vuole essere straordinaria.

Ogni rivelazione dura poche ore prima di essere sostituita dalla successiva.

Il risultato è paradossale.

Siamo probabilmente la prima civiltà della storia capace di osservare simultaneamente quasi tutto ciò che accade sul pianeta.

Eppure facciamo sempre più fatica a meravigliarci.

La meraviglia come fiore: dal dato alla trasformazione

Forse perché la meraviglia non funziona come una trasmissione televisiva.

Assomiglia piuttosto a un fiore.

Quando si apre, i petali si orientano in tutte le direzioni.

La loro forza, però, non nasce dalla periferia.

Nasce dal centro.

Il centro è quel punto in cui un’esperienza smette di essere soltanto informazione e diventa trasformazione.

Macro di un fiore che si apre con un centro luminoso simbolo di trasformazione.

Il vecchio messicano di Incontri ravvicinati continua a parlarci perché il suo racconto nasce da quel centro.

Non possiede fotografie.

Non mostra video.

Non cerca consenso.

Dice soltanto che il sole gli ha cantato durante la notte.

E noi, ancora oggi, gli crediamo emotivamente più di quanto crediamo a migliaia di immagini in alta definizione.

La vera nostalgia: essere attraversati dal mistero

Forse la vera nostalgia degli anni Settanta non riguarda gli UFO.

Riguarda la nostra capacità di essere attraversati dal mistero.

Ma c’è un’ultima considerazione.

Forse stiamo cercando la meraviglia nel posto sbagliato.

Gli anni Settanta la cercavano nell’eccezione: un’astronave, un fenomeno inspiegabile, un incontro impossibile.

Oggi cerchiamo soprattutto la prova. Vogliamo fotografie, documenti desecretati, immagini satellitari, testimonianze certificate. Pensiamo che, accumulando evidenze, la meraviglia aumenti.

Accade quasi il contrario.

La prova soddisfa l’intelletto.

La meraviglia trasforma lo sguardo.

Bambino di spalle che guarda un cielo stellato con una luce insolita all’orizzonte.

Per questo il vecchio messicano continua a emozionarci più di una sala operativa invasa da migliaia di schermi. Per questo un bambino che osserva il cielo riesce ancora a vedere ciò che un adulto, immerso in un flusso infinito di informazioni, fatica persino a immaginare.

La meraviglia non nasce dall’accumulo dei dati.

Nasce quando il centro dell’esperienza si apre.

Il compito del Border Agent

Forse il compito del Border Agent è proprio questo.

Presidiare quella frontiera invisibile in cui il mondo torna improvvisamente a essere più grande delle spiegazioni che siamo in grado di dargli.

Perché il mistero non scompare quando troviamo una risposta.

Scompare quando smettiamo di porci le domande giuste.

La nostalgia della meraviglia: Border Agent e bambino osservano una luce misteriosa nel cielo notturno.